VIETATO NON TOCCARE

“E’ il museo più democratico perché esalta il valore di un diritto universale, il diritto alla fruizione della cultura e dell’arte per tutti gli esseri umani”. Le parole di Aldo Grassini, fondatore e presidente del Museo Omero di Ancona, sono di una potenza straordinaria, lavorano di bulino scolpendo nella mente un concetto basilare per l’evoluzione della specie umana: la funzione civica del nostro patrimonio culturale, la possibilità di costruire la democrazia anche attraverso un museo, un luogo in cui si educa alla conoscenza e alle emozioni. La funzione politica e democratica dei musei è legata indiscutibilmente alla libertà di frequentarli, come ci ricorda anche l’art. 27 della Dichiarazione dei Diritti Umani: “ogni individuo – recita il primo comma – ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”. Il museo, insomma, è di tutti, è al servizio dell’umanità per aiutarla a stupirsi, a considerare il passato mai troppo passato per quel bagaglio di valori che si porta dietro e che molto può fare per renderci migliori. Dice bene Grassini, chi opera in questo settore deve lavorare per portare il museo nella quotidianità e nel tempo libero delle famiglie in modo che possano scegliere una volta di più di andare a visitare uno spazio pubblico deputato alla tutela della nostra memoria.
Al Museo di Ancona, dove arriveremo in gennaio con L’arte risveglia l’anima, penultima tappa del viaggio prima del gran finale a Torino nel marzo del prossimo anno, l’accessibilità è in re ipsa, è nata con l’idea stessa di museo, un edificio circondato dal mare come un’isola felice di pensiero illuminato. La Mole Vanvitelliana, progettata nel ‘700 da Luigi Vanvitelli, si erge a baluardo delle differenze, comprese quelle fisiche e intellettive, le aiuta a crescere e a relazionarsi nel complesso di beni culturali e negli spazi articolati su più livelli. Qui la regola è “vietato non toccare”, perché le opere, circa 150 disseminate su 1500 metri quadrati, sono copie in gesso e resina dei capolavori dell’arte antica messe a disposizione delle mani, prospettiva obbligata per gli ipovedenti e via suggerita per altre disabilità. Capire al tatto la forma, la superficie, la temperatura di un Discobolo o di una Venere, permette al fruitore di immaginare un respiro tutto interno all’opera, di tornare idealmente al suo autore e ai suoi tempi andando oltre la materia.
Con l’arte contemporanea il viaggio è anche più immediato: le sculture sono originali e portano la firma, tra gli altri, di De Chirico, Consagra, Martini, Marini, Pomodoro, Vangi, Mastroianni.
Piccoli, ragazzi, adulti, l’esperienza della visita è unica e si accompagna ad attività creative pensate per pubblici speciali, ivi comprese le persone con disturbi dello spettro autistico. Va da sé che un modello così virtuoso di educazione culturale non poteva non incrociare il nostro cammino. Andare nella stessa direzione avvalora ancor più il nostro progetto, che non è celebrazione temporanea di un’idea ma una missione civica, una responsabilità sociale che, in quanto tale, non può avere data di scadenza. L’arte risveglia l’anima prima o poi dovrà terminare il suo giro, quello che ci auguriamo non si fermi mai è l’invito a creare un’identità condivisa, a trovare sempre nuovi paradigmi di inclusione. L’istanza, partita dal basso, da chi vive direttamente o indirettamente l’autismo o altre disabilità, può avere anche doppio senso di marcia. Pensiamo a come sarebbe bello se questa sensibilità culturale si propagasse come un contagio alle istituzioni e alle persone comuni fino a sgombrare piazze e sale dai pregiudizi, a convertire i musei-vetrina in luoghi di dialogo e confronto, di terapia fondamentale per la mente e per l’anima.

settembre 22, 2018

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